Milioni di bossoli sull'asfalto
Guarda... gli aviogetti militari e le navette private solcano i cieli rosseggianti di Mayapan. Ascolta... l’eco dei loro motori rimbalza sulle pareti dei grattacieli alti come montagne, scivola sui lineamenti antichi dei volti di pietra che occhieggiano lo skyline, effigi dei sacri antenati o degli dei, memoria della città.
Attento... gli occhi del divino halach uinic, il sovrano che regna dall’acropoli, seguono i tuoi passi. Hai un solo modo per sfuggirgli, insinuarti nel dedalo di vicoli maleodoranti della città bassa, confonderti fra i reietti, gli affamati, i meticci. La città bassa, riserva di caccia dei tupil - i militari inquisitori prescelti dal sovrano, spietati procacciatori di vittime sacrificali per la classe sacerdotale.
Ma laggiù, dove prospera il culto di Ixtab, la dea del suicidio, un nuovo verbo sta sorgendo e in suo nome ha preso a svilupparsi la più grande, innominabile eresia dall’inizio dei tempi: l’insurrezione.
La fondamenta di Mayapan sono scosse dal verbo del “Sole Invisibile”.

Settembre 2004, esce in Italia e in Francia la nuova serie targata Pavesio, un’avventura techno-fantasy dalle tinte noir, la prima tappa di un viaggio di sola andata nella megalopoli sognata dagli dei... e profanata dagli uomini.
Seguiteci in questo dossier per scoprire alcuni succulenti retroscena su questa saga corale, fitta di personaggi, divinità, numi tutelari e grosse armi automatiche.


Introduzione a “Il sole invisibile”
Gli autori
Intervista a Joseph Vig
Intervista a Flavio Troisi
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Introduzione a “Il sole invisibile”

QUALCOSA SI AGITA NEL CUORE DI MAYAPAN. Qualcosa che ha arti poderosi e occhi di brace, una creatura che digrigna i denti e semina lo sfacelo nella giungla rincorrendo la sua preda con passi tonanti.
Ma a Mayapan la giungla non esiste.

 

GLI DEI DI MAYAPAN HANNO SETE DI SANGUE, ma il sole invisibile sta sorgendo e il suo verbo è inciso nella carne dei tupil che il commando capitanato da Leah Nantze rinviene durante un rastrellamento nella città bassa. Qualcosa di minaccioso serpeggia a Mayapan. Si chiama ribellione.

 

LA CITTÀ È IRREQUIETA, E LEAH, UFFICIALE TUPIL, CON LEI. Le giornate di un tupil sono solitarie, unica compagnia le armi automatiche e i ricordi sgraditi. Al centro di questi ultimi un amante perduto, Tepeuh Cauac... l’uomo che Leah deve stanare per ordine del nacom.

 

IL POPOLO HA PAURA DEI TUPIL, CORPO SCELTO AGLI ORDINI DEL DIO VIVENTE, e i tupil temono gli holkans, inarrestabili mercenari senza onore, devoti ai numi della guerra. La strada che conduce al sole invisibile è tempestata di proiettili.

 



MAYAPAN CUSTODISCE I SUOI SEGRETI in luoghi dimenticati, nello stridore di memorie sepolte, di colpe collettive rimosse. Nelle viscere di un complesso industriale abbandonato si apre la via di accesso per un luogo che non esiste. Strani incontri attendono Leah Nantze.

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Gli autori

Joseph Vig
Nato a Lione, vive a Torino, dove disegna da più di dieci anni per la maggiore Casa Editrice di fumetti italiana, la Sergio Bonelli editore. Ha lavorato sulle pagine di “Mister No”, l’avventuriero dell’amazzonia e “Brendon”, il cavaliere di ventura di un cupo futuro postapocalittico. Per le edizioni “Lo scarabeo” ha illustrato “I tarocchi di Avalon”, un successo internazionale.
Del fumetto dice: “È un gioco, e come tutti i giochi va giocato molto seriamente.”


Flavio Troisi
Torinese, ha pubblicato un libro di giochi linguistici per ragazzi, un romanzo breve e svariati racconti. Co-fondatore della rivista di narrativa macabra e fantastica “Strane Storie”, che per diversi anni ha pubblicato opere di scrittori e illustratori di tutta Italia, nonché, nell’ultimo numero, fumettisti.
Editor, traduttore, si occupa professionalmente di fumetti collaborando con una nota casa editrice torinese in veste di
addetto stampa.
Scrive sotto l’effetto della più potente sostanza psicotropa conosciuta: il rock.


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Intervista a Joseph Vig

The (he)art of Joseph Vig
Le considerazioni che seguono sono il frutto della non-intervista a Joseph Vig pubblicata nel numero 1 di Strane Storie edito dalla Vittorio Pavesio Productions. Joseph è una persona cui non mancano di certo le parole, così i redattori della rivista si erano limitati a chiedergli di parlare si sé e del mondo del fumetto con la massima schiettezza.
E lui non li ha delusi.

Sono entrato a far parte del “selvaggio mondo dei comics” a ventidue anni. Il mio primo lavoro professionale fu per una rivista per ragazzi che chiuse i battenti pochi numeri dopo. Fu divertente, formativa, eccitante, quell’esperienza. E traumatica.

Sono nato a Lione e vivo a Torino, due cosiddette città magiche. Dovrebbe darmi da pensare?

La china colorata è una tecnica prodigiosa, ma che sconsiglio all’inizio. Ci vuole decisione e un buon senso cromatico e se hai paura di cannare, è matematico: cannerai. Non ti permette di correggere, e correggere è formativo.
Regalare disegni agli amici è un piacere che il mio mestiere mi permette. Ti togli uno sfizio e rendi felice qualcuno a cui tieni.

Quando, in occasione di un evento fumettistico, siedo a un tavolo davanti a decine di anime disposte a pazientare per avere un mio scarabocchio con dedica, mi sento felice e imbarazzato. Allora mi dico: “Sei uno stronzetto molto fortunato.”
Il mio primo ricordo d’infanzia. Avevo quattro anni, quando seduto su un gradino di casa, cominciai a pasticciare con dei pastelli colorati su un album che mia madre mi aveva regalato per il compleanno. La mia famiglia non ha mai ostacolato la scelta di diventare un fumettaro. Mio padre si limitava a guardarmi con sospetto mugugnando frecciatine. Nel frattempo mia madre tifava per me, senza chiedersi quanto questa scelta avrebbe fruttato in termini economici o in smalto sociale. Capiva che avevo bisogno di farlo e me lo lasciò fare. Così, quando ero piccolo, mostrava fiera i miei disegnucci a parenti e amici. Presumo che il mio imbarazzo sia nato allora.

Il mondo dei comics è pieno di teste che camminano a pieno ritmo, di gente che si sbatte per quello in cui crede, e questa è la parte buona della mela. Poi ci sono i fasulli, ad ogni livello, che fanno questo mestiere non perché l’hanno sognato, ma come ripiego. Si atteggiano a superstar e considerano il pubblico una mandria di buoi. Questa è la parte della mela con il verme.

La morte non è disprezzabile, lo è piuttosto il non aver vissuto davvero.
“Libera nos a malo”. Un amico mi ha spiegato che “Dio” significa “tutto”. Questa è stata la chiave di volta di un percorso di riappacificazione con me stesso, iniziato molti anni fa. Ed ecco profilarsi la possibilità di illustrare la ricerca e il ritrovamento del santo Graal. La vita intera in un simbolo.

L’influenza di Juan Gimenez nel progetto di Avalon è lampante. Molti di noi che amano gingillarsi con i colori devono molto a questo grande artista.

I Tarocchi di Avalon rappresentano la mia iniziazione autoriale. Il colore offre infinite e insperate possibilità espressive, ma può essere un’arma a doppio taglio. Se da un lato potenzia il disegno, dall’altro può affossarlo irrimediabilmente. Per non rifare un disegno che ritengo degno di nota, nel caso la colorazione non mi soddisfi, mi premuro di fotocopiarlo su un cartoncino. Ecco perché acquarello su carta liscia, è più facile fotocopiarci sopra. All’inizio fu un problema. Vengo dal liceo artistico, dove se provavi a colorare su un supporto del genere, ti sparavano dietro. Per tradizione la carta ruvida è deputata alla colorazione. È una cazzata, un falso problema, di natura assolutamente accademica.
Sorprendentemente, la carta liscia permette di concentrarsi su dettagli molto piccoli.
Altre tecniche che rendono ardue le correzioni sono la china colorata e i pennarelli, a differenza dell’acrilico che lascia un ampio margine d’azione.

Cosa significa il disegno, cosa c’è dietro? Non lo so, e la cosa mi piace. Dimostra che l’inconscio, sempre vigile, penetra il nostro io cosciente, trovandovi terreno fertile. Mi piace definirlo “coscienza del segno.” Una volta individuata l’essenza del segno, lascio che sia lui a condurmi. Si instaura un rapporto di onestà fra colui che cerca e l’oggetto della ricerca. La magia che ne scaturisce è sotto gli occhi di tutti.

Sergio Bonelli ha fatto e fa tanto per il mondo dei fumetti, e per me. Realizzare fumetti seriali può solo fare bene a un disegnatore, soprattutto se giovane. Lo costruisce come professionista. Ho sempre considerato la Sergio Bonelli una palestra dove imparare le regole del gioco, per farle proprie. Tex è un’icona moderna di ragguardevole entità. Quando mi chiesero di rappresentarlo, non mi sentii pronto per un vis à vis. All’epoca era uscito il “texone”-capolavoro di Magnus. Quell’opera di vertiginosa bellezza, insieme alla scomparsa di un genio della LSD (letteratura a strisce disegnate) mi spinse a dedicargli la tavola. Un tributo da parte di una formica al re degli elefanti.

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Intervista a Flavio Troisi (clicca qui)

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